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Mondo Missione: Gaza l’oratorio della speranza

Posted on 9 Ottobre 2010 in Gaza | 1 comment

La rivista del PIME, Mondo Missione, ha pubblicato, nell’ultimo numero di ottobre, un mio articolo sulla parrocchia di Gaza. Riprende le cose che scrissi in tre articoli di febbraio 2010 (scuole, parrocchia, la striscia). Quindi i miei 20 lettori le conosco già. E’ stato il giornalista Giorgio Bernardelli a farmi la proposta. Ho accettato volentieri con la speranza di far conoscere la situazione di Gaza e specialmente dei cristiani là residenti. Potete comperare la rivista, leggere l’articolo e poi scaricarlo e diffonderlo. Fa un certo effetto vedere una bella impaginazione! Ecco i link:

Gaza: oratorio della speranza Mondo Missione
ottobre 2010 file pdf

Qui il link all’articolo on line che riporto anche qui sotto per intero.

01/10/2010 Reportage dalla parrocchia latina

Gaza: L’oratorio della speranza

di Andrea Bergamini
Pochi, isolati dall’embargo e alla prese con l’islamizzazione della società voluta da Hamas. Ma i cattolici sono lo stesso una comunità viva, segno di pace
Ne abbiamo sentito parlare tante volte per i suoi drammi. Ma ci può essere anche un altro punto di vista dal quale guardare Gaza: quello della parrocchia della Sacra Famiglia, l’unica comunità latina della Striscia. Una presenza non facile, eppure seme di speranza, in qualche modo icona dell’intero Medio Oriente al centro del Sinodo che si tiene a Roma questo mese. Ce la racconta in questo reportage Andrea Bergamini, religioso delle Famiglie della Visitazione.

È piccola la parrocchia latina di Gaza: nella Striscia i cristiani sono circa 2.500 e, di questi, la stragrande maggioranza sono ortodossi. È una parrocchia “assediata”: la barriera militare israeliana confina il milione e mezzo di gazawi in una prigione a cielo aperto, e quel milione e mezzo di palestinesi sono praticamente tutti musulmani. Però è una parrocchia molto viva, come avvertiamo ogni volta che, varcati i check-point, riusciamo a passare là quale giorno.
A chi viene da Gerusalemme balza al cuore l’intensità con cui la gente – parecchia gente, almeno 50-70 persone – partecipa alla Messa feriale. Si percepisce subito l’attenzione e la concentrazione dei fedeli, il vigore con cui vengono proclamate le letture, recitate le preghiere. Nelle piccole cappelle dove si prega è curiosa la confusione cordiale che si crea allo scambio di pace e alla comunione dove tutti partecipano.
Dopo la benedizione e il canto finale si girano le sedie per formare piccoli cerchi e, davanti a una tazza di tè, ci si racconta le ultime novità. La domenica la celebrazione eucaristica «prosegue» sul sagrato dove viene offerto il caffè mentre il parroco porta i saluti a tutti i fedeli: «È un momento comunitario intenso che va condiviso dopo la Santa Messa, in cui la fraternità e la sollecitudine gli uni per li altri giocano un ruolo importante», ci confida padre Jorge Hernandez, argentino, missionario dell’Istituto del Verbo Incarnato, che da un anno e mezzo ormai guida questa comunità.
Se potessimo guardare la parrocchia di Gaza dall’alto, zoomare dal cielo – e credo che il Signore faccia proprio così – certamente vedremmo la luce di speranza e di fede che brilla in queste persone. Una luce forse dispersa e risucchiata dalla folla di case e di automezzi, accerchiata e assediata dai muri della guerra. Una luce sprigionata dall’altare, dal corpo e sangue di Cristo che ogni giorno muore e risorge nel mistero della Messa nel cuore e nelle vite di questi cristiani.
«La tradizione cristiana a Gaza è ricca e antica. Maria, Giuseppe e Gesù bambino probabilmente passarono di qui durante la fuga in Egitto. Proprio per questo Gaza è a pieno titolo Terra Santa», dice orgogliosamente padre Jorge. Proprio per questo la parrocchia è dedicata alla Sacra Famiglia. Fin dai primi secoli dell’era cristiana a Gaza si sono succeduti monaci, anacoreti, vescovi santi… è un filo rosso che parte da Gesù stesso e arriva fino ai giorni nostri.
Gran parte delle energie dei preti, delle suore e dei parrocchiani in generale, viene spesa per i bambini. Potremmo dire che lavorano quasi esclusivamente con e per loro. Tre scuole cattoliche accolgono quotidianamente 1.500 bambini. Di questi solo il 10 per cento sono cristiani. In parrocchia il gruppo di ragazzi più grandi – gli animatori – si sta rinforzando. Si riunisce settimanalmente per preparare con cura le attività rivolte ai più piccoli. «Tramite il nostro Oratorio Mar Iusef (San Giuseppe), creato ufficialmente qualche mese fa e sull’esempio di santi come don Bosco e san Filippo Neri – continua padre Jorge -, cerchiamo di accompagnare e aiutare i bambini e i giovani, e di coltivare in loro il senso della bellezza, la gioia della speranza cristiana e della fede nel Signore».
Partecipando a qualche riunione ho notato che non sono molto diverse dalle riunioni nelle nostre parrocchie italiane. Il bisogno di stare insieme, di giocare, di lavorare in gruppo, che per tante ragioni (la guerra, l’anzianità del parroco precedente, la tradizione della parrocchia, ecc.), negli anni passati, è stato difficile da soddisfare, è fortissimo nei giovani cristiani di Gaza. In una delle mie ultime visite, finito l’incontro, abbiamo giocato per più di due ore nel cortile. Intanto la carne veniva arrostita sulle griglie, per la cena insieme. Rinsaldare l’amicizia, godere della compagnia reciproca, conoscersi, trovare moglie e marito… diventano bisogni vitali per ragazzi abituati a stare in casa, come in un ghetto.
Gran parte del merito di questa «rinascita» va a padre Jorge che, con semplicità, ha cominciato a convocare i ragazzi, assegnando loro qualche responsabilità, ascoltandoli come un fratello maggiore, incoraggiandone pareri e idee, guidandoli alla scoperta della loro identità cristiana. Forte dell’esperienza vissuta in altri posti del Medio Oriente, in fondo, non ha fatto altro che aprire l’oratorio ed essere presente in prima persona sui campi da gioco, nelle aule di catechismo, nelle gite al mare, in chiesa. I bambini non si sono fatti pregare. Al sabato nel cortile ci sono sempre 150-180 ragazzini scatenati.
Anche le suore hanno un ruolo fondamentale. Fin dal mattino presto, dalle cappelle delle loro case la preghiera è il cuore pulsante della comunità. Durante la giornata mostrano il loro carisma particolare: le suore di Madre Teresa vivono con i bambini handicappati e gli anziani, ospiti notte e giorno, e aprono il loro asilo alla mattina (120 bambini). Le suore del Rosario hanno la scuola (dalla materna alle medie), le Piccole sorelle di Gesù vivono tra la gente più povera. Presto si aggiungeranno anche le suore della comunità del Verbo Incarnato, la congregazione di padre Jorge. Molto più che altrove sembrano tutte totalmente immerse nella comunità cristiana, ne fanno parte profondamente, soffrono con loro, ridono con loro, piangono con loro. «L’apostolato che portano avanti – commenta il parroco – è una benedizione grande per tutta Gaza. Questa terra non potrà mai dimenticare le opere di misericordia che umilmente compiono ogni giorno ».

ALLA PARROCCHIA si affiancano le tre scuole cristiane latine della Striscia di Gaza. La più antica è quella vicina alla chiesa, nel centro antico della città di Gaza: comprende la scuola materna, elementare e media. Tutte le mattine alle 7 e 20 gli studenti si mettono in fila per età nel cortile, seguono l’alzabandiera, cantano l’inno nazionale, fanno degli esercizi ginnici. Poi tutti in classe. La vicedirettrice ci accoglie e accompagna per un giro nelle classi, che sono miste. Il regolamento delle scuole latine dice che le ragazze musulmane non possono portare il velo all’interno dei locali. In tutte le altre scuole di Gaza invece è obbligatorio. Per le bambine cristiane, dunque, la situazione sarebbe molto problematica senza questi istituti.
Il docente di arabo è particolarmente solenne e orgoglioso nel presentarci i suoi ragazzi. Sembrano spigliati e desiderosi di comunicare, di usare il loro inglese, di emergere dall’anonimato. Quelli che vorranno arrivare alla maturità si iscriveranno alla scuola superiore della Sacra Famiglia, ma non tutti ce la fanno perché è di alto livello, tecnica, difficile. Visitiamo l’aula di scienze, la sala professori, la biblioteca (dicono ben fornita di libri di letteratura araba). Poi passiamo alla scuola materna. Le aule sono ampie, piene di colori e di giochi. I bambini fanno più fatica a sorridere. Non capisco se sono in soggezione o semplicemente non vogliono. Qualcuno di noi notava che è difficile vedere a Gaza un bambino sorridere.
In macchina ci spostiamo a Rimal, nel nord della città, un quartiere nuovo, vicino allo stadio, dove si trova la scuola della Sacra Famiglia, fiore all’occhiello del Patriarcato Latino. La vicedirettrice ci mostra subito il diploma-certificato che hanno preparato per ricordare il primo posto tra tutte le scuole di Gaza, raggiunto superando un test fatto a campione. La quarta elementare del Patriarcato ha totalizzato il massimo del punteggio.
Da sempre la diocesi di Gerusalemme investe moltissimo nelle scuole e nell’istruzione. In tutte le parrocchie ci sono scuole. È il modo più diretto ed efficace non tanto per fare proselitismo ma per diffondere la cultura, la sapienza dell’incontro, dello studio, del sapere. I ragazzi imparano fin da piccoli a crescere insieme, cristiani e mussulmani. E tra tutte le scuole del Patriarcato emerge ogni anno proprio quella di Gaza, che opera nel contesto più difficile e problematico.
L’ex-parroco padre Manuel Musallam – pastore appassionato, eroico, pedagogo, un po’ «politico», amante della sua gente – per anni ha scelto i professori migliori, selezionato gli studenti motivati, si è prodigato per garantire corsi, didattiche, infrastrutture e strumenti moderni. «Questa scuola – ci spiega padre Jorge – è il frutto dei 15 anni trascorsi da padre Manuel alla guida di questa comunità. È stato lui a edificarla e a orientarla con obiettivi alti e nobili».
I locali che percorriamo sono ampi, luminosi, addobbati con fotografie degli ultimi 10 anni di successi, diplomi, cerimonie. Le classi sono piene di bambini. Invadiamo, entriamo, fotografiamo, chiediamo… L’aula computer aspetta benefattori per essere rinnovata, così come la biblioteca. Curiosamente, in alcune aule, vi sono dei computer più nuovi. Mi spiegano che sono dei ragazzi: li hanno messi lì per poterli usare a scuola per lo studio (e solo per quello).

A TEL AL-HAWA, il quartiere moderno a sud di Gaza, sorge infine la scuola delle suore del Rosario, inaugurata nove anni fa. Fu il presidente Yasser Arafat a dare il terreno e a favorire la nuova struttura scolastica. Le suore raccontano che lui teneva molto a queste imprese. In quasi dieci anni la società e la situazione sono cambiate radicalmente: oggi sarebbe impensabile ricevere tali incoraggiamenti da chi governa la Striscia di Gaza.
Iniziamo il nostro giro dalla scuola materna. Suor Davida e suor Nabila ci raccontano della vita quotidiana della scuola, dei rapporti cordiali con i genitori e formali con i vicini di casa, ma anche del terribile attacco di un anno fa, dei danni alla scuola, dei traumi ai bambini. Mi ha fatto tenerezza vedere in una classe un’altra religiosa che insegnava religione cristiana: ad ascoltare, usciti dalle loro aule, c’erano solo tre bambine e un bambino. Uno a dieci o uno a venti: questi sono i numeri, le percentuali di cristiani-musulmani nelle nostre scuole!

LA VISITA TERMINA sulla terrazza per vedere un panorama desolante. A Tel al-Hawa la casa delle suore sorge all’incrocio delle due strade che erano controllate dai due partiti forti, Hamas e Fatah. E fu proprio questo quartiere il centro degli scontri tra Hamas e Fatah, prima che Hamas prendesse il potere. Le suore raccontano che, due anni fa, qualcuno ha piazzato una bomba davanti al loro portone. L’esplosione ha distrutto l’ingresso e bruciato parte della casa. Durante l’operazione Piombo fuso (gennaio 2009) il quartiere è stato duramente bombardato. I carri armati israeliani sono penetrati fin qui e hanno lasciato segni terribili. La scuola ha subito dei seri danni (un missile ha centrato una finestra, una bomba al fosforo è caduta nel centro dell’asilo). Le case intorno sono state quasi distrutte.
Ma i problemi non sono finiti. Da più parti ci è stato detto che il movimento al potere pian piano, giorno per giorno, introduce provvedimenti atti ad islamizzare in modo radicale la società civile, poco tollerando idee o costumi diversi, facendo uso di violenza, minacce, ritorsioni per far rispettare gli ordini. Solo un dieci per cento della popolazione pare essere d’accordo con Hamas. Il resto della gente è spaventata, tace e sopporta, vedendo sempre più lontano il giorno della liberazione e della pace.
In questo contesto difficilissimo le tre scuole cattoliche e l’oratorio di padre Jorge sono dei segni straordinari di amicizia, di impegno, di lavoro per il bene. I bambini sono la parte debole e innocente del conflitto. E sono loro il futuro. Continuare a mettere tutte le forze e tutto l’impegno per custodirli ed aiutarli a crescere il meglio possibile è la sfida che i nostri amici gazawi – cristiani e non – stanno combattendo e nella quale abbiamo tanto da imparare. Non possiamo lasciarli soli.

L’AUTORE: BLOGGER DA GERUSALEMME
Andrea Bergamini è un fratello della comunità chiamata «Le Famiglie della Visitazione», nata a Bologna una trentina di anni fa intorno a don Giovanni Nicolini, figlio spirituale di don Giuseppe Dossetti. Andrea, insieme a Lorenzo, suo confratello, dal 2005 abita a Betania, sul monte degli Ulivi, all’ombra del muro di separazione costruito da Israele. Insieme, nei ritmi della loro vita di preghiera quotidiana, percorrono le strade della Terra Santa visitando le comunità cristiane, accompagnando gruppi e amici, per conoscere, partecipare e comunicare le fatiche dei popoli che vi abitano. Andrea cura il sito ufficiale del Patriarcato Latino (www.lpj.org) e un suo blog personale (www.andresbergamini.it) dove racconta quello che vede e vive a Gerusalemme. Con un piccolo team formato da altri religiosi, con la benedizione del Patriarca Latino di Gerusalemme, visita periodicamente la striscia di Gaza, seguendo alcuni micro-progetti di aiuto e di sostegno alla popolazione palestinese.

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La versione inglese dell’articolo: http://www.missionline.org/index.php?l=en&art=2828

Reporting from the Latin parish

Gaza: the parish of hope

by Andrea Bergamini
They are few, isolated because of the embargo and caught up in the society’s islamization carried forward by Hamas. But Catholic people are anyway a lively community, a sign of peace

We have heard it talked about many times because of its drama. But there could also be another point of view from which to look at Gaza: the one from the Holy Family Parish, the only Latin community in the Strip. An uneasy presence which is somehow the whole Middle East’s icon at the centre of the Synod which will be held in Rome this month. Andrea Bergamini, a religious of the Families of Visitation, reports.

The Latin parish of Gaza is small: there are about 2,500 Christians in the Strip and, among them, the vast majority are Orthodox. It is a “besieged” parish: the Israeli military barrier confines the one million and a half Gazan people in an open-air jail, and those million and a half Palestinians are almost all Muslims. But this is a very lively parish, as we feel every time that, once we have cleared the check-points, we manage to spend there some days.

To the person who comes from Jerusalem it is impressive to see the intensity with which people – quite a good number, at least 50-70 people – attend the daily Mass. The believers’ attention and concentration are immediately perceived as well as the vigour with which the readings are proclaimed and the prayers are said. In the small chapels where people pray, it is curious to see the friendly confusion which comes with the sign of peace and the communion which everyone receives.

After the blessing and the final hymn, the chairs are set out to form small circles and, with a cup of tea in hand, the latest news is recounted. On Sunday, the Eucharistic celebration “continues” in the churchyard where coffee is offered while the parish priest offers his greetings to every believer: “It is an intense communitarian moment which is to be shared after the Holy Mass in which fraternity and consideration for the others play an important role”, confesses father Jorge Hernandez, an Argentine missionary of the Institute of the Incarnate Verb who has been leading this community for a year and a half. If we could look at Gaza parish from high, zooming from the sky – and I think that this is the way the Lord does – we would see for sure a light of hope and faith shining in these people. Probably a light dispersed and sucked down the mass of houses and cars, rounded and besieged by the walls of war. A light emanating from the altar, from the body and blood of Christ who dies and rises again every day in the mystery of the Mass in the heart and in the lives of these Christian people.

“The Christian tradition in Gaza is a rich and old one. Mary, Joseph and the baby Jesus probably came across it while they were fleeing to Egypt. This is exactly why Gaza is Holy Land with full rights”, father Jorge says proudly. This is why the parish is dedicated to the Holy Family. Since the first centuries of the Christian era Gaza has been home to monks, anchorites, saintly bishops… it is a red thread that originated with Jesus and extends to the present.

Most priests’, nuns’ and parish people’s energy is spent for children. We may say that they almost only work with and for them. Three Catholic schools welcome 1500 children daily. Of them, only 10% are Christians. In the parish, the group of older boys – the animators – is getting more solid. They meet weekly to carefully prepare the activities aimed at the youngest ones. “With our parish recreation centre Mar Iusef (Saint Joseph), officially launched a few months ago following the example of saints like Saint John Bosco and Saint Filippo Neri – father Jorge continues -, we try to stay with and to help children and young people, and to nourish in them the sense of beauty, the joy of Christian hope and the faith in the Lord.”

Attending some of their meetings I realized that they are not that different from the meetings in our Italian parishes. The need to spend time together, to play, to work as a team that for many reasons (the war, the old age of the previous parish priest, the parish traditions, and so on) during the past years has been difficult to fulfil, is very strong in the young Gazan Christians. During one of my last visits, at the end of the meeting we had played for more than two hours in the courtyard. In the meantime, meat was broiled to have dinner together. Cementing the friendship, enjoying mutual company, getting to know each other, finding a spouse– everything that has become a vital to youngsters used to living at home, like in a ghetto.

The credit for this “revival” is in great measure due to Father Jorge who, with simplicity, started to call the youngsters, assigning them some tasks, listening to them as an elder brother, encouraging their opinions and ideas, leading them to discover their Christian identity. Made strong by the experience lived in other middle eastern places, he did nothing but open the parish recreation centre and be present on the grounds, in the catechism rooms, during the trips to the seaside, in the church. Children did not wait to be asked twice. Each Saturday the courtyard is crowded with 150-180 excited children.

The nuns, too, play a fundamental role. Starting in the early morning, from the chapels in their houses, prayer is the beating heart of the community.  During the day, they show their particular charisma: Mother Teresa’s Sisters live with the handicapped children and with elderly people, housed there night and day, and in the morning they open their kindergarten (120 children). The Rosary Sisters have their school (from the nursery school to the end of primary school), the Little Sisters of Jesus live amidst the poorest of the poor. Soon, the nuns of the Incarnate Verb community, father Jorge’s congregation, will join as well. Much more than anywhere else, they all seem totally immersed in the Christian community, they are deeply part of it, they suffer with the people, laugh with them, cry with them. “The apostolate they are living – the parish priest comments – is a big blessing for all Gaza. This land will never be able to forget the mercy deeds which are every day humbly carried out”.

Three Latin Christian schools help the work of the parish in the Gaza Strip. The oldest is the closest to the church in the old centre of Gaza city: it includes a kindergarten, a primary school and a middle school. Every morning at 7:20 am students queue according to their age in the courtyard, attend the flag-raising ceremony, sing the national hymn and do some fitness training. Then everyone goes to the classroom. The vice headmistress welcomes us and leads us on a tour of the classrooms which are mixed. The ruling of Latin schools says that Muslim girls are not allowed to wear the headscarf within the school. In all of the other Gazan schools it is compulsory. For young Christian girls the situation would thus be very problematic without these institutions.

The Arabic language teacher is particularly solemn and proud when he presents his students. They look self-confident and willing to communicate, to use their English, to emerge from anonymity.  The students who want to get to the high school leaving examinations will enrol at the Holy Family high school but not all of them will succeed because it is a high-level school, technical and difficult. We visit the science room, the teachers’ room, the library (we are told that it is well stocked with Arab literature books). Then we go to the nursery school. Rooms are wide, full of colours and games. For these children it is harder to smile. I do not understand whether they feel uneasy or they just do not want to. One of us was remarking that it is hard to see a child smiling in Gaza.

We go by car to Rimal, in the north of the city, a new neighbourhood, close to the sports ground where the Holy Family School, the flagship of the Latin Patriarchate, is located. The vice headmistress shows us immediately the certificate-diploma that they have prepared to remember their first place won among all the Gazan schools, obtained by taking a test done on a sample. The fourth class of the primary school of the Patriarchate earned the maximum score.
The Jerusalem diocese has always invested a lot in schools and education. Each parish has a school. It is the most direct and efficient way not to proselytise but to spread culture, the wisdom of meeting, studying, knowing. Young people have learned since they were babies how to grow up together, Christians and Muslims. And among all the schools of the Patriarchate the Gazan one, which operates in the most difficult and problematic context, emerges every year.

The former parish priest, father Manuel Musallam – a passionate, heroic, pedagogue and a bit “politic”, fond of his people – has chosen for years the best teachers, selected the motivated students, done his best to guarantee courses, didactics, infrastructures and modern tools. “This school – father Jorge explains – is the result of father Manuel’s 15 years spent leading this community. It was he who built it and directed it towards high and noble goals”.
The premises we pass through are big, bright, decorated with the pictures of the last 10 years of successes, diplomas, ceremonies. The classrooms are full of children. We invade, enter, take pictures, ask questions… The computer room is waiting for some benefactor to be renewed, as well as the library. Curiously enough, in some classrooms, there are some newer computers. I am told that they are the students’ own: they brought them here so as to use them at school to study (and only to do that).

Finally, in Tel al-Hawa, a modern neighbourhood in the South of Gaza, stands the school of the Rosary Sisters, inaugurated nine years ago. It was President Yasser Arafat who gave the land and supported the new school structure. The nuns say that he cared a lot about these kinds of initiatives. In almost ten years, society and conditions have radically changed: today it would be unthinkable to receive such countenance by the people who rule the Gaza Strip.
We start our tour with the nursery school. Sister Davida and sister Nabila tell us about the daily life at the school, the friendly relationship with the parents and the formal one with the neighbours but also about the dreadful attack of one year ago, the damages caused to the school and the children’s shock. I was moved by the sight  of a nun teaching Christian religion in one classroom: listening to her there were only three girls and a boy who came out from their classrooms. One over ten or over twenty: these are the figures, the percentage of Christian-Muslim students in our schools!

The visit ends on the terrace where we see a distressing view. In Tel al-Hawa, the nuns’ house stands on the crossing of two streets that were controlled by two strong parties, Hamas and Fatah. And this neighbourhood was exactly the heart of the clashes between Hamas and Fatah before Hamas gained power. The nuns tell that, two years ago, someone placed a bomb in front of their main entrance. The explosion destroyed the entrance and burnt part of the house. During the operation Cast Lead (January 2009), the neighbourhood was surely bombed. The Israeli tanks entered here and left awful marks. The school suffered serious damages (a missile struck a window, a phosphorus bomb fell in the middle of the kindergarten). The houses around the school were almost destroyed.

But the problems do not end there. Many people told us that the ruling power is slowly, day by day, introducing measures that aim at radically islamizing the civil society, with a low tolerance towards different ideas or mores, through the use of violence, threats and retaliation so as to enforce the orders.

Only 10% of the population seems to agree with Hamas. The rest of the people are frightened, they are silent and endure, seeing the day of liberation and peace that distances itself each day. In this very difficult context the three Catholic schools and Father Jorge’s parish recreation centre are extraordinary signs of friendship, commitment, and good deeds. Children are the innocent and weak side of the conflict. And they are the future too. To go on investing all their energy and commitment in order to look after them and help them grow up as well as possible is a challenge that our Gazan friends – Chistians as well as non-Christians – are fighting. We have a lot to learn from them. We cannot leave them alone.

Translation from the italian language by Elena Dini

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1 Comment

  1. bravo, andrea! un articolo che sicuramente diffonderò. da noi non è possibile santire una voce così chiara e obiettiva sulla situazione a Gaza. come ben sai, qui si giudica, non si cerca di capire.
    un abbraccio

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