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Una studentessa deportata a Gaza

Posted on 11 Novembre 2009 in Gaza, Palestina-Israele | 7 comments

berlantyazzam

La notizia è di ormai 2 settimane fa. Mi ha colpito molto. Credo sia importante riportarla alla vostra attenzione. Il pomeriggio del 28 ottobre, la macchina in cui viaggiava Berlanty Azzam 21 anni, studentessa in business administration nell’università di Betlemme, mentre tornava a casa dopo un colloquio di lavoro a Ramallah, veniva fermata al checkpoint detto Container (prima della valle del Cedron, tra Abu Dis e Betlemme, dove scendiamo quando andiamo a San Saba a piedi!).

I20091011_Muhammad_Abu_Sultan_deported_to_Gaza soldati israeliani, accortisi del fatto che la sua residenza era registrata a Gaza, l’hanno arrestata e chiusa in prigione. Nonostante la promessa di non procedere subito al trasferimento a Gaza di Berlanty, la notte stessa la ragazza è stata bendata, ammanettata e caricata su una jeep che provvedeva a deportarla nella Striscia contro la sua volontà. Viveva a Betlemme sin dal 2005. Le mancavano 2 mesi per laurearsi.

Un caso analogo è stato riportato recentemente da B’Tselem: il 12 gennaio del 2008, Muhammad è stato fermato al checkpoint di Beit Iba, vicino Nablus, e nella stessa giornata è stato deportato nella Striscia di Gaza dai soldati israeliani, poiché considerato residente nella Striscia di Gaza. Da allora, la moglie Alaa e i tre figli di Muhammad Abu Sultan vivono a Tulkarm senza il loro marito e padre, e la più piccola delle bambine, Riwa, di soli due anni, chiama “papà” il nonno.

Per una traduzione più ampia degli articoli dell’Università di Betlemme e B’Tselem vedi il blog Palestina Libera!

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7 Comments

  1. no comment possible

  2. Leggendo il modo con il quale il post descrive tali vicende, riportate dalla libera stampa israeliana, mi vengono alla mente le recenti parole del fondatore di Human Rights Watch, Robert Bernstein, secondo il quale i recenti rapporti diffusi dall’organizzazione che ha guidato per vent’anni stanno “aiutando quelli che vogliono trasformare Israele in uno stato paria”.
    In un editoriale pubblicato martedì sul New York Times, Bernstein scrive infatti che, mentre il Medio Oriente è popolato da regimi autoritari “con un curriculum sui diritti umani spaventoso” (anche la Palestina), negli ultimi anni Human Rights Watch “ha scritto di gran lunga molte più condanne contro Israele per violazioni del diritto internazionale che contro qualunque altro paese della regione. In Human Rights Watch – continua l’editoriale di Bernstein – abbiamo sempre riconosciuto che le società aperte e democratiche hanno colpe e commettono abusi. Ma vedevamo bene che esse hanno anche la capacità di correggersi, attraverso un vivace dibattito pubblico e la stampa di denuncia…proprio come nei casi citati nel post. In Israele – prosegue Bernstein – che una popolazione di 7,4 milioni di abitanti, si trovano almeno ottanta organizzazioni per i diritti umani, una vibrante stampa libera, un governo democraticamente eletto, un sistema giudiziario che spesso si pronuncia contro il governo, un dinamico mondo accademico, molteplici partiti politici e, a giudicare dall’ammontare dei servizi giornalistici, di un numero di giornalisti per abitante probabilmente più alto che in qualunque altro paese al mondo, molti dei quali vi si trovano espressamente per occuparsi del conflitto israelo-palestinese”. A suo parere, Human Rights Watch “ha perduto la prospettiva critica su un conflitto che ha visto Israele ripetutamente aggredito da Hamas e Hezbollah, due organizzazioni che si accaniscono contro i cittadini israeliani e usano la propria stessa gente come scudi umani”.
    Allora mi chiedo: avete mai letto di indagini a carico di Hamas? Qualche avvocato ha mai denunciato, qualche giudice ha mai indagato sugli spari di razzi sui civili di Sderot, sul sequestro del soldato Shalit, sugli attentati suicidi che mirano ai civili e infine sulla scelta di usare scuole, ospedali, case civili e centri religiosi come basi militari, mettendo in pericolo la vita della gente comune? Sui giornali non si è mai letto niente del genere, e nemmeno su questo blog.

  3. Non conosco Bernstein e non ho letto il suo articolo. E da quello che riporti la sua analisi non mi sembra molto innovativa. E’ vero che in Israele c’è piena libertà di parola ed è possibile esprimersi liberamente.
    Non mi pare che ci sia questo gran dibattito di cui parla B. E nemmeno “la capacità di correggersi, attraverso un vivace dibattito pubblico e la stampa di denuncia”. Il dialogo politico sui palestinesi, la pace, Gaza, Hamas ecc. non è nella sostanza particolarmente vibrato. Governo e opposizione, destra e sinistra (quale sinistra?) la pensano quasi tutti allo stesso modo su questi grandi temi. E sono compatti ad ribattere con tutti i mezzi chi la pensa o si esprime diversamente. I pronunciamenti della famosa Corte Suprema quando sono contro il governo o contro l’esercito non vengono attuati, facendone decadere miseramente l’autorità.
    Non credo che vada la pena nemmeno rispondere al tuo mettere sullo stesso piano il terribile attacco di gennaio dell’esercito israeliano con i deprecabili missili di Hamas nei territori vicino alla striscia o la cattura (non sequestro) del soldato Shalit. Un discorso che abbiamo già sentito troppe volte e di cui questo blog non vuole parlare.
    Se tu hai o vuoi aprire un blog su questi argomenti e proporre analisi più veritiere ed equilibrate, faccelo sapere. Intanto, se conosci l’ebraico, ti consiglio l’intervista radiofonica che ho linkato nel post successivo e il blog dei combattenti per la pace… israeliani! E se abiti qui ti consiglio di fare un giro nei territori per vedere direttamente come stanno le cose.

  4. Gilad Shalit è stato rapito in territorio Israeliano, ed è prigioniero da tre anni senza contatti, senza una sola visita della Croce Rossa, senza sapere dove lo tengono o se è in salute.
    Il prezzo è sempre quello: mille detenuti palestinesi, fra cui i più pericolosi condannati per atroci delitti terroristi. Inutile dire che non c’è rapporto fra il carcere degli assassini, regolarmente processati e garantiti dalle leggi e il rapimento di Shalit, che personalmente non è accusato di nulla, non è stato processato da nessuno, non ha le garanzie dei carcerati né quelli dei prigionieri di guerra.
    Se c’è qualche occidentale (ci sono) che vede in maniera romantica il terrorismo, ci spieghi questa fredda e determinata tortura cui è sottoposto un ragazzo da tre anni.

  5. Quali processi regolari??? Per – sì, naturalmente sempre – terroristi, “arrestati” regolarmente secondo leggi – quale leggi??? – su territorio palestinese, non israeliano? Scusami, informati bene…

  6. Gabi, ecco gli “stinchi di santo” presenti nelle carceri israeliane: quella che segue è la lista di una decina di terroristi pluri-assassini di cui Hamas pretende la scarcerazione in cambio della liberazione di Shalit, e che Israele si rifiuta di rimettere in libertà. Eccola:
    – Hassan Salama – Condannato nel 1998 a 38 ergastoli per l’assassinio di decine di israeliani in attentati esplosivi, fra cui due attentati su autobus di Gerusalemme nel 1996 che causarono la morte di 44 persone.
    – Bahij Badar – Arrestato nel 2004 e condannato a 18 ergastoli per aver organizzato attentati che causarono la morte di 18 israeliani. È considerato una delle figure di maggior spicco di Hamas.
    – Abdallah Barghouti – Condannato a 67 ergastoli per il ruolo svolto in una serie di attentati che causarono la morte di 66 israeliani, oltre a 500 tra feriti e mutilati. Fra l’altro, fu tra gli organizzatori dell’attentato alla pizzeria Sbarro e al Moment Cafè di Gerusalemme.
    – Mahmoud Hassan Ahmoud Arman – Condannato nel 2002 per il suo ruolo diretto in una serie di attentati che causarono la morte di 34 israeliani. Oltre al ad essere implicato nell’organizzazione dell’attentato al Moment Cafè, fu tra gli artefici dell’attentato alla caffetteria dell’Università di Gerusalemme e in un night club di Rishon Letzion.
    – Ibrahim Hamed – Condannato per il ruolo svolto in una serie di attentati costati la vita a 82 israeliani e il ferimento di centinaia di altri, fra cui il duplice attentato suicida del 2001 in Piazza Sion a Gerusalemme, costato la vita a 11 persone.
    – Abbas A-Sayid – Fino al giorno del suo arresto fu il capo di Hamas a Tulkarem. Condannato per diversi di attentati mortali, tra cui un attentato suicida nel centro commerciale di Hasharon di Netanya (5 morti).
    – Mohand Sarim – Uno degli organizzatori dell’attentato al Park Hotel di Netanya che causò la morte di 29 israeliani, più 64 tra feriti e mutilati, durante la celebrazione della Pasqua ebraica nel 2002.
    – Ra’ad Hutari – Arrestato nel 2003 e condannato per il suo ruolo nel reclutamento di diversi attentatori suicidi, compreso quello che si fece esplodere nel 2001 davanti alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv causando la morte di 22 persone, per lo più ragazzine adolescenti, più 83 tra feriti e mutilati.
    – Jamal Abu Al-Hija – Già capo dell’ala militare di Hamas a Jenin, condannato a 9 ergastoli per il ruolo svolto in diversi attentati fra cui l’esplosione di un’auto bomba presso il centro commerciale di Hadera (2 morti e 64 tra feriti e mutilati).
    – Mua’at Balal – Condannato a 26 ergastoli per il ruolo svolto in vari attentati, fra cui un attentato esplosivo nel 1996 nel mercato di Mahane Yehuda, a Gerusalemme, costato la vita a 18 israeliani. Fu anche direttamente implicato nell’organizzazione dell’attentato suicida del 1997 nella via pedonale Ben Yehuda di Gerusalemme, che causò la morte di 8 persone e più di 200 tra feriti e mutilati.

    Pur di ottenere la liberazione dell’ostaggio Gilad Shalit, Israele ha dichiarato la propria disponibilità ad includere fra le centinaia di detenuti da scarcerare anche i seguenti (a condizione che non si vadano a stabilire in Cisgiordania):
    – Ata Latif Shakir – in carcere per l’omicidio a freddo del soldato israeliano Akiva Shaltiel nel 1985.
    – Nasser Abdullah Nizal – capo del quartier generale di Hamas a Qalqilya, in carcere per il suo coinvolgimento in un attentato suicida del 2002 all’incrocio Bar Ilan di Ramat Gan.
    – Ziad Kilani – in carcere per l’attentato del 2001 all’incrocio Mei Ami, nel nord di Israele, costato la vita a un militare in licenza.
    – Said Yusuf Badarna – in carcere per il suo coinvolgimento nell’attentato suicida compiuto a Hadera nel giorno dell’indipendenza 1994 (5 morti).
    – Muhammad Taher al-Karem – in carcere per il suo coinvolgimento in un attentato suicida del 2001 a Haifa (15 morti).
    – Walid Ajnes – condannato a 26 ergastoli per il ruolo svolto nell’organizzazione di attentati suicidi a Gerusalemme e nella città di Rishon Lezion, che provocarono la morte di 37 persone.
    – Ibrahim Shamasna – in carcere per il suo coinvolgimento nell’assassinio di quattro israeliani.
    – Iyad Shalalda – in carcere per l’assassinio di Sasson Nuriel nel 2002.
    – Adris Rajbi – in carcere per il suo coinvolgimento in una serie di attentati che causarono la morte di 22 israeliani.
    – Fadi Juabeh – condannato a 26 ergastoli per il ruolo svolto in un attentato suicida del 2003 a Haifa (17 morti).

  7. Mi sorprende questo elenco così dettagliato, nel quale, tuttavia, non appaiono i nomi di quei 349 MI-NO-RI palestinesi e di quei 750 che non hanno usufruito di regolare processo.Non ne hai i nomi? sarebbe corretto, specialmente in tali situazioni in cui si rivendica obiettività d’informazione, riportare per intero nomi e dati.In sunto, non si tratta ahimè di chi è più buono, ma della sproporzione di reazione e azione che uno STATO autorizza con leggi che violano i diritti internazionali, a meno che anche questi non siano considerat superflui, e allora dimmi tu: qual è la TUA legge?e perché dovrei condividerla rispetto a quella sancita internazionalmente?paola

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