
Ancora Gerusalemme. Ancora la Terra Santa. Per una piccola verifica su quanto dicevo nel precedente messaggio dal Medio Oriente: Gerusalemme e la Palestina come una “bibbia aperta”. Tutta la ferita e tutto il gemito della storia umana; ma anche il segno assoluto dell’elezione d’amore da parte di Dio. Lo splendore e la drammaticità dell’incontro tra la predilezione divina e la violenza dell’uomo. Tutto questo è presente, e spesso si manifesta: un abbraccio di pace in mezzo alla rissa; la potenza dei piccoli e dei poveri capace di commuovere il cuore del nemico; il desiderio di un ebreo d’apprendere la lingua araba e di un arabo di parlare l’ebraico; un pane spezzato per soccorrere la fame ormai terzomondiale del popolo palestinese….Un permesso ottenuto dai nostri amici melchiti di Gerusalemme e la potenza del nostro passaporto straniero ci fanno superare in quaranta minuti la distanza tra la Città Santa e Nablus, l’antica Samaria.

Un “normale” cittadino palestinese c’impiega tre ore di più per le lunghe file ai posti di blocco che gli Israeliani hanno disseminato anche al di là dei loro confini. Nablus è una città di centottantamila abitanti, picchettata dalle truppe d’Israele, tutta reclusa in se stessa. Una grande prigione. Come Gaza. Entro, dopo molti anni, nei luoghi santi dell’incontro tra Gesù e la Samaritana. La Chiesa greca ha completato la costruzione di una bella chiesa sopra il pozzo di Giacobbe, e il parroco ortodosso, anche lui detenuto con i suoi concittadini, ha speso il tempo della “galera” dipingendo molte grandi Ikone che fanno memoria di Gesù e delle sue nozze d’amore con l’umanità intera, rappresentata dalla donna di Samaria. Ci accoglie e ci conduce il parroco melchita di Nablus, zio dei nostri cari accompagnatori. Con lui attraversiamo l’antico mercato della città, colorato e affollato. Vivissimo. Molti salutano con affetto l’anziano parroco, e lui stesso continuamente si ferma per stringere mani e distribuire paterni sorrisi. Una secolare convivenza tra le piccole comunità cristiane delle diverse confessioni e la grande comunità islamica ha stabilito consuetudini di affettuoso rispetto e di solidale amicizia. Proprio così. Un contro-evento e una contro-notizia alternativi sia alla durezza dei rapporti di vertice, sia, ancor più, all’enfatizzazione televisiva e giornalistica che solo male sa vedere, e violenza, e disperazione e morte.

Tutto questo c’è! Ma non solo. Cè anche amore. C’è anche pace. Piccoli semi fecondi nel giardino avvelenato e isterilito dell’odio politico e della violenza “religiosa”. Come nella Bibbia: storia di un Dio che si fa piccolo come il più piccolo dei semi, e si trapianta nella terra della paura e del sangue, e nel cuore dei piccoli e dei poveri fiorisce e fa frutto. Non che non ci sia fondamentalismo e fanatismo. Gli equivoci di Ratisbona hanno guidato la mano violenta che nella notte ha messo a fuoco la porta della piccola chiesa parrocchiale. Ma nelle notti successive alcuni giovani poliziotti mussulmani di Nablus hanno voluto dormire nella chiesa per vegliare sulla sua incolumità. E l’Autonomia palestinese ha chiesto di poter pagare la porta nuova che Padre Josef ha già ordinato. La giornata trascorre rapida, confortata dal lauto pranzo preparato dalla moglie del parroco, cui partecipano religiosi e laici cattolico-melchiti venuti a conoscere gli ospiti italiani. Intanto il telefono continua a squillare: donne mussulmane chiedono cibi e medicine per le loro famiglie. Sanno che a quel telefono risponde una voce che riconosce l’appello della fraternità tra tutti i figli di Dio, sempre pronta persino a privarsi per dare, lieta di comunicare il segno del Figlio di Dio venuto a convocare tutte le genti per il grande banchetto della pace finale. don Giovanni.
Ancora splendide parole…grazie!
Grazie a don Giovanni per questo testo, che vorrei pubblicare sulmio notiziario di Natale. Se è possibile… Buon Natale a tutti. Cao d.B.
Caro don bruno (sei tu?? firmati meglio!) pubblica pure.
Anonimi mettete la vostra firma per bene!