Il testo di stamattina mi è sembrato particolarmente pungente. Il popolo ha appena superato la grande emozione dell’attraversamento del Mar Rosso e della morte degli egiziani. Cammina tre giorni nel deserto, arriva ad una fonte, non può bere perché l‘acqua è amara e si lamenta con Mosè, il quale, su suggerimento di Dio, butta un legno nell’acqua e questa diventa dolce. Fin qui tutto drammaticamente normale, semplice, quotidiano. Ma il testo prosegue:L’acqua amara e la “beffarda” oasi dalle 12 sorgenti e 70 palme sembrano il pretesto per il Signore per indicare qual è la vera prova a cui sottopone (adesso a parole ma poi concretamente in tutto il viaggio verso la Terra Promessa) il suo popolo prediletto: deve imparare ad vedere il Signore come il guaritore, il salvatore, il dottore della sua vita. E questo accadrà se ascolterà la sua parola. Possibile che il Signore sia così radicale ed esigente da imporre una prova tale da farci scoprire che solo su di lui e su nessun altro possiamo far conto? Non esistono altri dottori! Certamente allora tenderemo le orecchie verso la sua parola (non potremo fare altro) ma saremo autorizzati a gridargli tutta la nostra protesta, come dice il salmo 6:
risanami, Signore: tremano le mie ossa.
L’ anima mia è tutta sconvolta,
ma tu, Signore, fino a quando…?
Volgiti, Signore, a liberarmi,
salvami per la tua misericordia.
il commento che ci dici sul testo dell’Esodo è molto legato alla riflessione che le donne della sororità stanno facendo sulla cura, sulla relazione e le parole della cura,sulla pazienza come gesto umile di imparare dalla vita, di aspettare, di non capire. Grazie