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“Puo’ la nonviolenza essere una strada efficace?”

Posted on 7 Marzo 2007 in Palestina-Israele | 1 comment

Estratto dal Report di Febbraio 2007 – Operazione Colomba
Nel mese di febbraio in Israele e in Palestina si sono svolti incontri sulla nonviolenza con la dott.ssa Nomfundo Walaza, esperta psicologa della Commissione Verità e Riconciliazione del Sud Africa. Le Conferenze si sono tenute a Gerusalemme ovest, a Ramallah e al villaggio di At Tuwani. Ad At Tuwani il 6 febbraio e’ stata per me sicuramente la conferenza “più intensa”.

Nonostante una notte di pioggia intensa.. come si dice qui “Allah Karim”(Dio e’ Generoso)…sono giunti oltre 100 palestinesi provenienti anche dai villaggi vicini. Alcuni sono venuti perfino da Betlemme e un bel gruppo da Hebron.All’esterno della scuola è stato allestito un tendone, con uno spazio separato per uditori uomini e donne, come vuole la cultura locale e bracieri intorno a cui la gente si radunava per scaldarsi.

Nonostante la povertà del contesto, è stato un incontro molto ricco per me.

A tratti mi è sembrata una potente provocazione, perchè abbiamo proposto la nonviolenza e il perdono come via per la pace, a gente che subisce l’oppressione quotidianamente, essendola Palestina ancora “Territorio Occupato” o come dicono gli israeliani “territorio conteso”.

Pensate solo che la traduttrice non e’ arrivata in tempo perche’ bloccata ad un checkpoint.Si è trattato di una provocazione potente, perche’ gli uditori erano gente povera che in parte abita in grotte e vorrebbe vivere e sopravvivere di un economia di sussistenza, fatta di prodotti ottenuti dall’allevamento delle pecore e dalla coltivazione degli ulivi. Questa gente è felice della semplicità della vita che conduce. Aspira solo a una quotidianità di pace, perché i bambini possano andare a scuola senza pericoli e i pastori con le pecore nei campi senza la paura di essere scacciati dai coloni o dall’esercito.

La domanda ricorrente era: “Puo’ la nonviolenza essere una strada efficace?”La Nomfundo Walaza parlava della sua esperienza di resistenza nonviolenta all’oppressione ed ha cominciato dicendo: “Conosco il dolore e la sofferenza che hanno provato le persone nel mio Paese a causa dell’oppressione e so cosa vi state chiedendo oggi: Potremo mai vivere liberi nella nostra terra?”.

Poi ha cominciato a parlare della pace e del processo di riconciliazione in Sud Africa. “Dobbiamo riumanizzare il nostro oppressore.Dipende da ciascuno di noi costruire una societa’ di pace con loro”. Se riesci a coltivare uno spazio per la nonviolenza nel tuo cuore, allora c’e’ speranza per la pace”, ” I vostri figli devono essere capaci di guardarvi negli occhi e vedere che non avete abbandonato la speranza”, “La pace deve diventare il linguaggio di ogni giorno”.

E’ stata una giornata significativa perché uomini hanno ascoltato per due ore una donna parlare e questo per la cultura tradizionale mussulmana del villaggio è inconsueto. E questa donna aveva credibilità non tanto per essere una teorica della nonviolenza, ma per il suo vissuto e per la capacita’ di comunicazione. Con lo sguardo spesso si riferiva alle donne e si rivolgeva a loro invitandole a essere protagoniste della nonviolenza. Dopo il meeting con tutto il villaggio e dopo la pausa pranzo a base di falafel, è ripreso l’incontro con le sole donne. In questo contesto, chi lo desiderava, ha avuto modo di esporre il proprio punto di vista e il proprio vissuto. La Nomfundo è stata sommersa del vissuto di queste donne all’apparenza silenziose e tenute in secondo piano nella vita pubblica, ma sovente le piu’ coraggiose di fronte ai soldati e ai coloni. L’incontro si è concluso intorno ad una stufa a bere thè bollente e a chiacchierare con alcune donne e uomini del villaggio.

Purtroppo, dopo pochi giorni dall’incontro, quelle parole di pace sono tornate ad essere faticose. Il 14 febbraio e’ stata distrutta una stalla per gli animali al villaggio Imnzeil e 4 case a Qawawis. In entrambe le occasioni alla gente non è stata data la possibilità di mettere in salvo nulla e un altro invisibile muro è stato eretto tra chi vuole la pace e chi vuole solo occupare la terra, senza preoccuparsi di chi la abita da una vita.

 

 

Ma per fortuna ancora una volta si dimostra che è più facile abbattere una casa che la speranza e la volontà di pace, perchè in pochi giorni volontari di Ta’aiush con altre associazioni israeliane ed internazionali, hanno raccolto fondi per ricostruire le case distrutte dai bulldozer.

Più sto qui e più mi accorgo che anche quando si persegue una buona causa e si è dalla parte “giusta”, cioè dalla parte di chi subisce un’ingiustizia , è difficile cercare il dialogo con entrambe le parti, quando ci si fa portavoce del più debole ed oppresso. Benedetto, un frate Dossettiano che abbiamo incontrato a Gerusalemme e che conosce l’Operazione Colomba da molto tempo, mi ha dato una chiave di lettura importante al riguardo.

Lui ci ha parlato di “correzione fraterna” che non significa né giudizio né puntare il dito contro qualcuno, ma semplicemente fare osservare che quell’ingiustizia commessa è uno sbaglio. Qui la prima ingiustizia è l’occupazione e l’embargo imposto a un popolo che viene continuamente punito, per non si sa bene quale colpa. Quando si vede un’ingiustizia, non si può essere indifferenti senza diventarne complici.

Ultimamente abbiamo avuto diverse occasioni per parlare con i coloni. Per me è un grande passo avanti per capire cosa sta succedendo qui. G. per esempio, che è il responsabile della sicurezza della colonia di Maon, due giorni fa mi ha chiesto se pensavo che lui fosse pericoloso. Gli ho risposto che non lo sapevo, ma che il fatto che girasse con un fucile, non mi permetteva di escludere che lo fosse. Poi l’ho invitato a venire a Tuwani, senza armi, a bere un thè. Lui ha risposto che per lui venire disarmato era troppo pericoloso. Allora gli ho detto che la gente di Tuwani vive in pace ed è nonviolenta, non ci sono terroristi e che comunque lo avremmo protetto noi volontari se fosse stato necessario. Al che ha sorriso. Poiha aggiunto che se fosse andato a Yatta, villaggio palestinese non lontano da Tuwani, lo avrebbero di sicuro ucciso perché ebreo. Io gli ho risposto che vado a Yatta spesso, e che anche se non vi conosco nessuno (e sono visibilmente non palestinese)non mi è mai successo nulla. Non c’ho scritto in viso che sono italiana ma è evidente che non sono palestinese. A volte i bambini mi salutano con la parola “Shalom”(Pace) invece del saluto arabo usuale “Salam Aleicum” (La pace sia con Te). Quindi a volte pensano che sono israeliana, ma non mi hanno mai fatto del male..

Lui ascoltava non molto convinto. Qui non bisogna mai stancarsi di farsi mediatori di pace…anche se questo vuol dire passare per “idealisti e sognatori e forse un po’ pazzi”.

Una colona di Havat Maon, per esempio, parlando ad una giornalista di noi volontari internazionali, ha detto che non si capacitava di cosa facessero dei “cristiani seduti sulle rocce” aggiungendo che la cosa la inquietava. In realtà noi siamo spesso seduti sulle rocce per controllare che i bambini di Tuba vadano e tornino da scuola a Tuwani, passando tra la colonia di Maon e l’outpost di Havat Maon, senza problemi.

Durante un’azione di Ta’ayush (AssociazionE pacifista israeliana e palestinese) vicino all’insediamento di Beit Yatir, abbiamo conosciuto J., un colono proprietario di una fattoria. Lui per esempio è stato molto gentile e per molto tempo si è intrattenuto a spiegarci il suo punto di vista.

Plurilaureato, ecologista ha deciso di vivere lavorando la terra. Ci ha spiegato che non si sentiva solidale con i coloni che, volendo espandere i confini dell’insediamento, minacciano di includere la sua fattoria. E al contempo non ha alcun rapporto con la popolazione palestinese dei villaggi vicini. Ha raccontato di aver acquistato la terra su cui c’è la sua azienda quando il territorio era sotto l’autorità Giordana e poi sotto il controllo israeliano è cambiato tutto. L’ingiustizia qui in primis è l’occupazione, ma a volte le sfumature di questa occupazione sono difficili da cogliere perché i diritti accampati sulla terra vengono fatti risalire all’ Antico Testamento e da allora popoli e sovrani si sono succeduti nei secoli.

La mia bussola è la realtà di un popolo, quello palestinese, che ha abitato per secoli queste terre e che si trova a dover chiedere il permesso per ciò che gli spetta di diritto, in casa propria. Mi basta osservare i checkpoint che i soldati allestiscono all’ingresso del villaggio. Gli unici ad essere fermati e controllati sono i palestinesi e capita di vedere i coloni passare con la macchina e fare gesti di consenso ai soldati. Capita di vedere soldati che prendono disposizioni dai coloni e fanno cacciare i contadini e i pastori palestinesi dai loro campi.

Qui vedo un popolo che si ghettizza con muri e barriere per proteggersi, ma che al contempo non pone confini al Suo Stato. L’apartheid del popolo palestinese è una realtà di fatto, così come lo è l’occupazione. Tutti accampano diritti in una terra dove l’applicazione del diritto è “soggettiva” e lasciata all’interpretazione. Noi Colombe cerchiamo di non dimenticare che la nostra presenza trova senso nel “costruire ponti” e lo possiamo fare solo se riusciamo a vedere anche in chi sbaglia, la Persona, il Fratello. Per questo la correzione fraterna di cui parla Benedetto è una sfida continua come lo è il “ri-umanizzare l’oppressore” della Walaza. Ma noi siamo qui per questo e per fortuna non siamo i soli a credere che la nonviolenza, sulla via della Pace, possa fare la differenza.
A.

Operazione Colomba

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1 Comment

  1. mI SEMBRA CHE SIA STATO UN BELL INCONTRO PER SEMINARE UN PO PIU’ DI PACE NEL MONDO

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